Il concetto di arte è stato a lungo dibattuto. Il volerla classificare a tutti costi ha rischiato di limitarne la sua percezione. Infatti, l’arte non conosce etichette e questo non l’ha fermata dalla sua evoluzione nel corso dei secoli. Così, abbiamo smesso di identificare l’arte solo come una tela all’ interno di una cornice in un museo e abbiamo iniziato a guardare fuori dai classici schemi.

Ospiti del terzo appuntamento con la rassegna “Ritorno al futuro” – l’evento realizzato da YouthMagazine e LDV20 per parlare di come è cambiata l’arte nel tempo – è stato il duo artistico Arta Ngucaje Ben Beqiraj di “Don Bosco Social”, una delle quattro botteghe di cultura vincitrice nel 2017 del bando provinciale omonimo, che ha come fine quello di rivitalizzare il quartiere Don Bosco a Bolzano.

La coppia, nella vita e nel lavoro, di origine albanese, si fa chiamare in arte “scafisti – scafati” o più semplicemente “Scaf -scaf”. “Non abbiamo scelto noi il nome, ma abbiamo deciso di tenerlo. Ci hanno chiamato così per il grande flusso di sbarchi che arrivava sulle coste italiane dall’Albania” spiega Arta.

Il sodalizio della coppia inizia nel 2005 a Bologna, quando decidono di occuparsi di arte partecipativa. Il primo evento artistico che ha consolidato il loro lavoro è stato la loro performance “Riflessi dalla galleria” nel maggio del 2007. Poco tempo prima, Arta e Arben, erano andati ad abitare in un condominio bolognese vecchio stile, situato di fronte al MAMbo, il museo d’arte moderna che rappresenta il più grande spazio espositivo d’Italia dedicato all’arte contemporanea. Dopo aver iniziato piano piano a conoscere i condomini, i due artisti sono riusciti a coinvolgerli nel loro progetto artistico. La performance collettiva consisteva nel “vestire” le finestre del loro palazzo con tele artistiche realizzate per l’occasione. “Questo evento ha segnato anche la nostra presenza nel condominio. Siamo riusciti a farci conoscere e a far partecipare il vicinato. Inoltre, l’altro scopo del nostro progetto era quello di lanciare un messaggio al museo, ossia che esistono tanti linguaggi diversi in arte. È difficile spiegare cosa sia l’arte contemporanea: i più identificavano l’arte solo come un dipinto, mentre il significato dell’arte come forma di linguaggio è venuto dopo” dice Arta.

La coppia di artisti si ispira all’arte come coesione sociale. I due hanno raccontato, davanti alla platea nella sede di YouthMagazine, che altre performance hanno coinvolto i loro condomini, come quella del “Ripiglino” che si ispira al gioco della matassa. Il MAMbo a tutto questo non rimane indifferente, infatti invita Arta, Arben e gli inquilini al museo, inoltre il direttore permette al duo artistico di esibirsi all’interno della galleria.

La loro arte, come spiegano gli “Scaf-scaf”, è si partecipativa ma anche un po’ provocatoria, come è stata la loro esibizione in concomitanza con la tredicesima “Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo” a Bari. La coppia ha preso parte ad un grande progetto artistico, allestendo un simbolico sbarco clandestino sulle coste italiane di opere d’arte provenienti dall’Albania. “Abbiamo ottenuto talmente tanta visibilità che la Guardia di Finanza si è allertata seriamente e, quando ha aperto il carico, non ha potuto far altro che trovare arte” racconta Arta. A Bologna i due artisti riescono a fare un vero e proprio miracolo: “siamo riusciti a portare un po’ di movimento nel condominio, prima nessuno si conosceva, non si parlavano tra loro ed erano chiusi. Poi, grazie all’arte partecipativa hanno iniziato ad interessarsi di più, a discutere di arte e constatare che questa non vuol dire solo una tela ma è qualcosa che va oltre” racconta Arben.

I due, dopo l’esperienza bolognese, arrivano in Alto Adige con l’intento di portare la loro arte partecipativa. Concorrono al sopracitato bando che gli fa ottenere la loro bottega di cultura. Lo spazio nasce volutamente come contenitore vuoto e, come già successo a Bologna, gli “Scaf-scaf” chiedono agli abitanti del quartiere di aiutarli ad arredare la loro bottega, poiché sostengono che quello è un posto per tutti. “Conoscersi richiedere vari step: bisogna avere informazioni su quartiere, interessi ed esigenze, così ognuno di noi sa qualcosa dell’altro e riesce ad inserirsi. Le prime volte qualcuno entrava e non capiva che cosa vendessimo in negozio. Abbiamo cercato di incuriosirli per farli entrare, per abbattere un po’ quel muro di timidezza e resistenza. Con il tempo molte persone sono passate nella bottega e molte altre ci hanno aiutato ad organizzare eventi che coinvolgessero tutto il quartiere” dice Arben.

La loro arte partecipativa è riuscita a portare colore, vivacità e coesione, facendo breccia nel quartiere. E dimostrando che l’arte non è mai fine a se stessa.