Sofia, 24 anni, quasi 25, a luglio si laurea. Manca poco più di un mese alla consegna della tesi, ma i capitoli da scrivere sono ancora tanti, sembrano troppi. È dalle 6.45 del mattino che Sofia sta scrivendo, ci prova, seduta alla scrivania, all’ombra di una flebile abat-jour appena accesa.
“È troppo presto per accendere le luci”, pensa, col computer davanti da sé, anche lui ancora intorpidito dal breve sonno, e il cellulare appoggiato alla sua sinistra, attivo, luminoso, connesso: lui non è mai stato spento. Anzi, lui si illumina continuamente, cerca gli occhi di Sofia, forse per vedersi riflesso, chi lo sa…E quando non si illumina, è lei che lo sollecita, forse in cerca di attenzioni.

Intanto il cursore lampeggia e, ogni tanto, pigro, lascia spazio a qualche parola. “Basta, adesso non lo guardo più” borboglia Sofia fra sé e sé mentre per l’ultima volta (“lo giuro”) prende il cellulare e lo gira a faccia in giù.
Certo che, però, è impegnativo anche non guardarlo.

Sofia è un personaggio inventato, ma estremamente verosimile. Potrebbe essere una vicina di casa, una cara amica oppure una ragazza dall’altra parte del mondo. Potrei anche essere io o, perché no, potresti essere tu. Non è vero? Tutti coloro che possiedono uno smartphone (e non si esagera a dire che sono veramente tanti, dato che il Mobility Report di Ericsson ha riportato che nel 2016 il numero di sim al mondo ha superato il numero di persone) si sono trovati almeno una volta nella situazione di Sofia. Una situazione che, tutto sommato, è molto comune, ma dalla quale bisogna guardarsi bene. Vediamo perché.

Come appreso durante la presentazione del libro Demenza Digitale. Come la nuova tecnologia ci rende stupidi del Dottor Manfred Spitzer, neuropsichiatra e dirigente del Centro per le Neuroscienze e l’Apprendimento dell’Università di Ulm, in Germania, l’utilizzo costante e smodato degli strumenti digitali, in particolare dello smartphone, può incidere negativamente sullo sviluppo cognitivo degli esseri umani,
specialmente se in età evolutiva, e comportare deficit di attenzione e memoria, non solo quando il cellulare squilla, ma anche quando è inattivo: parte delle capacità cerebrali che potremmo impiegare in ciò che stiamo studiando o in ciò a cui stiamo lavorando vengono, invece, adoperate nello sforzo cognitivo che il costante pensiero di non guardare il cellulare comporta.

The story crafter by Patrizia Corriero

Oltre a tanti altri “effetti collaterali” fisici dell’utilizzo improprio delle nuove tecnologie di cui più o meno tutti sono consapevoli (problemi di postura dovuti all’assunzione di posizioni non ergonomiche, problemi di peso causati inattività fisica, problemi di miopia acuiti dall’eccessiva esposizione degli occhi ai display, insonnia ecc.), vi possono essere altre conseguenze nefaste sulla psiche della persona, forse un po’ meno conosciute, quali dipendenza e depressione, diffuse soprattutto tra gli adolescenti eccessivamente attivi sui social. È stato, infatti, dimostrato come il livello di felicità personale tenda a calare dopo essere stati su Facebook o Instagram. Mentre una persona adulta può più facilmente far fronte a questo effetto, per un adolescente ancora emotivamente acerbo può essere molto più difficile confrontarsi con infelicità e insoddisfazione.
Ancora, Spitzer sottolinea quanto siano importanti le relazioni interpersonali tra i giovanissimi per lo sviluppo dell’empatia. Essendo questa una inclinazione emotiva non presente a priori, va appresa e l’unica via di apprendimento efficace è stare insieme alle altre persone. Ma ciò non è possibile se la maggior parte dei rapporti sociali è intrapresa sui social o filtrata dagli smartphone.

The story crafter by Patrizia Corriero

Un altro aspetto interessante sottolineato dall’esperto è legato all’effetto dell’utilizzo di motori di ricerca sulla conoscenza e sull’apprendimento. È chiaro che strumenti come Google, che raccoglie tutto lo scibile umano e lo mette a disposizione del mondo intero, non possono che rappresentare una immensa e, ormai, insostituibile risorsa, che sventola la bandiera dell’open access e si fa portatrice del prezioso concetto di “democrazia della conoscenza”.
Ma la consapevolezza di avere a portata di pollice qualsiasi risposta, in qualsiasi momento e in qualsiasi angolo del mondo (visto che oggi tutto ciò è possibile grazie agli smartphone), non potrebbe forse preludere a una tendenziale “pigrizia conoscitiva”? Forse non sarà più necessario sapere né pensare, dunque non sarà più necessario apprendere, perché tanto c’è Google, che sa già tutto. Ma se non si apprende più, se tutte le risposte sono già pronte per essere servite, non si possiederanno più gli strumenti necessari per porre le domande giuste e per discernere le risposte corrette da quelle sbagliate. Il rischio per i più giovani è quello di crescere con la convinzione che non sia più necessario sprecare energie per costruirsi un proprio bagaglio di conoscenze pregresse, quando, invece, questo, come ribadisce Spitzer, è assolutamente indispensabile per garantire un approccio critico alle informazioni e un uso consapevole dello strumento di ricerca.

The story crafter by Patrizia Corriero

“Uso consapevole” della tecnologia, senza demonizzarla né idolatrarla. Forse è proprio questa la chiave interpretativa dell’annosa e ancora irrisolta questione che si chiede: “la tecnologia è nostra amica o nostra nemica?”.
Nelle prossime puntate ci dedicheremo ancora a questo tema portando alcuni esempi virtuosi e, come sempre, “giovani” di utilizzo della tecnologia. Restate (consapevolmente) connessi!