Due appartamenti, tre piani di scale, atmosfera friendly e profumo di casa.
Ammirare opere d’arte comodamente seduti nel salotto di casa, oppure nella camera da letto, o, perché no, nel bagno dell’abitazione.
Siamo in centro storico a Bolzano, negli appartamenti di Stefano e Claudia e quello di Roberto, che hanno deciso di far diventare le loro abitazioni delle vere e proprie gallerie d’arte per qualche ora.
La “home gallery” fa nascere un nuovo concetto di galleria d’arte. Può essere un appartamento, un loft o una town house, dove il gallerista o il mercante d’arte può vivere ed esporre le opere. Alcuni esempi ci arrivano da Giorgio de Chirico nel secondo dopoguerra, che ha organizzato le sue mostre nell’appartamento di via Mario de’ Fori a Roma o da Hans Ulrich Obrist che all’inizio degli anni ’90 ha aperto le porte di casa sua per “The Kitchen Show”.
Stefano, Claudia e Roberto, hanno deciso di presentare una panoramica sul lavoro di giovani artisti che loro stimano e vogliono promuovere in un progetto chiamato “Alti Piani”.
Nell’interno 8 ha presentato le sue opere l’artista Marco Gobbi, nato a Brescia nel 1985, e che vive e lavora tra Francoforte e Venezia. Nelle sue opere è centrale l’uso di tecniche, molto particolari, come il merletto, le decorazioni con la sabbia, la panificazione, l’intreccio di steli di paglia e l’incisione su legno. I lavori di questo artista nascono dall’interesse per un materiale, una storia, un oggetto in cui è forte l’impronta (fisica o metaforica) della memoria e della sua incompletezza. Ogni ricordo è fatto lacune, ed è proprio in questi spazi vuoti che Marco interviene. Il suo lavoro completa i pezzi mancanti, proponendo una nuova visione, un nuovo racconto.
Nel secondo appartamento invece trova spazio l’artista Silvia Giambrone, nata ad Agrigento nel 1981, e che vive e lavora tra Roma e Londra.
Quest’artista lavora attraverso l’utilizzo di vari linguaggi: performance, installazione, scultura, suono, video. La sua ricerca indaga la dimensione politiche dell’intimità, poiché essa è il terreno in cui si insediano le forze più misteriose di ognuno di noi.
“Osservando con sospetto il rapporto tra le relazioni e gli oggetti, che si offrono sempre più come simulacri degli aspetti più reconditi delle dinamiche relazionali, il mio lavoro opera una ricognizione sul domestico e sulle sue tensioni più profonde. Ritengo infatti che la violenza sia un linguaggio e che proprio l’ambiente domestico sia il luogo in cui primariamente si venga addomesticati alla possibilità della violenza stessa.”