di Anja Andjelic

Rosa Pompermaier è una venticinquenne bolzanina che si sta per laureare in un Master di Architettura all’Università di Innsbruck. Rosa e la sua storica collega, Aurélie, hanno deciso di dare vita al loro progetto di laurea, volenterose di renderlo un qualcosa di concreto e non solamente teoria su carta.

Ma in cosa consiste questo progetto?

Rosa e Aurélie hanno progettato un laboratorio di protesi per un ospedale in Costa D’Avorio, costruito dall’ ONG Vatelot Foundation, un’associazione lussemburghese, senza scopo di lucro, fondata dalle Sorelle della Dottrina Cristiana nel 1994. Il progetto consiste nella progettazione e nella costruzione di un atelier, uno spazio di lavoro per la produzione di protesi nel campus del “Centre médico-chirurgical de l’Ulcère de Buruli”. L’obiettivo principale è quello di costruire uno spazio di lavoro sostenibile e adatto al clima, che sarà di grande aiuto al miglioramento delle vite delle vittime dell’ulcera di Buruli, un’infezione alla cute, molto diffusa e presente in Africa, che porta alla necessità di amputare gli arti.
Le due ragazze a febbraio sono partite per la Costa D’Avorio e in otto giorni hanno dovuto affrontare la realtà locale, parlare con la gente del posto e presentare la loro idea. Effettivamente per due ragazze così giovani che sono a capo di un progetto così grande, non è cosa facile riuscire a ottenere fiducia e a iniziare un percorso tale, ma loro ce l’hanno fatta, giorno dopo giorno con tanta pazienza e determinazione. Infatti, a oggi, il progetto è praticamente ultimato e a breve inizieranno i lavori.
Naturalmente ci sono stati molti ostacoli in questa avventura. In primo luogo la lingua: Rosa non avendo studiato francese ha dovuto affidarsi alla sua collega lussemburghese.

“Per me la lingua è stata una prima difficoltà” afferma, “Io più o meno capivo, ma non riuscivo a comunicare, Aurélie mi ha aiutato molto in questo. E poi, oltre alla lingua, è stato difficile comunicare con persone non esperte in materia. Bisogna sempre spiegare molto chiaramente le cose: perché si fa questo, perché si sceglie una certa soluzione, e così via. Però questo fa parte del nostro lavoro, della nostra professione da futuri architetti.”

Il laboratorio ha l’obiettivo principale di salvare la vita e lo fa in due modi. Prima di tutto esso si presenta come un grande luogo sicuro, funzionante e fornito di tutti gli strumenti necessari a svolgere operazioni molto delicate. La vita però viene salvata anche in un altro modo: con la cultura. Perché sì, queste due giovani ragazze creano cultura proponendo un modo di costruire più ecologico, a basso costo, che non sfrutta le persone. Creano cultura condividendo le proprie conoscenze e mostrando tutte le possibilità di miglioramento. Il progetto infatti incoraggia sia la popolazione locale sia quella internazionale e si pone l’impegno di servire da esempio per il futuro.

“Una soluzione si trova sempre in qualche modo”, è questo il consiglio che Rosa vuole dare agli altri. “Quello che stiamo imparando a fare è chiedere aiuto. Chiedere aiuto a persone che hanno più competenze di noi e che potrebbero darci degli aiuti che da sole non saremmo riuscite a trovare. E poi chiedere. Chiedere e formare reti di connessione con le persone, questo è importantissimo.”