Sara Khallouki

Il progetto #noisiamocultura racconta le storie di giovani protagonisti del panorama culturale della Provincia

Sara Khallouki

Mi chiamo Sara Khallouki, sono nata a Negrar in provincia di Verona, ma ho vissuto tutta la mia infanzia nella città di Bolzano. Le mie origini provengono dal Marocco, paese nativo di entrambi i miei genitori.
Dopo l’ottenimento del certificato di maturità al Liceo Classico-Linguistico Giosuè Carducci mi sono immatricolata all’Università Libera di Bruxelles nella quale oggi proseguo i miei studi in ambito sanitario.
Che cos’è per te la cultura?

Iniziando dal senso linguistico il termine cultura proviene dal latino e vuol dire coltivare. L’idea è legata al coltivare qualcosa, curarla e dedicarvisi.
Questo qualcosa per me in parte viene da una componente ereditaria, una serie di conoscenze e pratiche che si trasmettono di generazione in generazione. Poi c’è una seconda componente, ha un aspetto più individuale e singolare e riguarda tutto ciò che nel corso della propria esistenza una persona sviluppa a livello proprio in termini di aspetti emotivi, cognitivi, pratici, di vissuto. Insomma tutto ciò che rende una persona un individuo unico ed esclusivo. Quest’ultima componente viene ad arricchire ciò che pre-esiste, seminando gradualmente all’interno del tessuto sociale una particolarità esclusiva.
Le due componenti sono mutualmente influenzabili e l’esistenza di una dipende dall’altra.
Questo sistema diadico non è statico e congelato in una determinata fase storica, ma in continuo movimento e subisce cambiamenti incessanti nel corso del tempo.
Per me non esiste cultura senza le persone che la creano e non esistono persone senza una cultura. Inoltre penso che non esista cultura che possa essere imposta arbitrariamente sotto il nome di “cultura nativa” o “cultura internazionale” o peggio ancora “la giusta cultura”, poiché  la cultura è un processo in evoluzione, in continua trasformazione. Non ne esiste una corretta e una scorretta, ma una che nasce dall’equilibrio tra i diversi soggetti che la compongono. Come ragazza musulmana e cittadina italiana posso dichiarare che in me coesistono una fusione di due mondi apparentemente lontani, ma sostanzialmente vicini. Vorrei iniziare col dire che per me la religione va distinta dalla cultura, essa infatti non è soggetta a cambiamenti di grandi portate, ma è soggetta a interpretazioni differenti.

L’Islam è compatibile con la società occidentale?

Per me la risposta non può che essere affermativa, ma solo se la conoscenza della religione è fondata su fonti corrette, con una buona metodologia e un senso di appartenenza alla società in cui si vive. Ritengo che sia di vitale importanza sentirsi parte del tutto e soprattutto sentirsi un contributo, una parte essenziale, senza la quale quel tutto sarebbe mancante.
Schematizzando i fenomeni a cui oggi assistiamo in alcuni paesi europei, mi rendo conto di quanto essi siano auto-distruttivi: da una parte abbiamo la popolazione “autoctona” che vuole conservare la propria “cultura” e sottomettere “gli altri” a seguirla, mentre dall’altra abbiamo i “musulmani europei”.
Questi sentendosi appartenenti al gruppo minoritario sfavorito, spesso, possono avere tre diversi tipi di atteggiamenti:

  1.  Un’ assimilazione negativa in cui non contribuiscono più al progresso con la loro personalità, imitando “gli altri” e trascurando la propria specificità.
  2. Nel corso del tempo alcuni alimentano sentimenti negativi nei confronti della società e per distinguersi spesso ricorrono a misure estreme
  3. Altri invece abbracciano la strada della conoscenza e comprendono che, per il funzionamento di una buona società, bisogna che si trovino degli scopi comuni; questo non vuol dire che tutti debbano avere le stesse credenze ma che tutti possano essere liberi di credere in quello che vogliono senza sentirsi nel “gruppo sbagliato” e che ognuno possa avere l’opportunità di sviluppare gli strumenti adatti per contribuire al miglioramento della propria società.

Per me l’obiettivo comune a cui mira ogni persona, indipendentemente dal proprio credo, è il senso del “well being” e di protezione, obiettivi ai quali non potremo mai giungere fomentando odio, paure e presentando “l’altro“ come potenziale pericolo. Questo aspetto, tengo a precisare, proviene da ambo le parti.
Quando la persona che si reputa musulmana e  vive in Europa abbandonerà una religione fondata sulle tradizioni del paese di provenienza e si aggrapperà alla “scienza” dell’Islam  scoprirà che il Profeta ( Mohammed pbuh)  è sorto in un paese la cui tradizione era quella di uccidere le bambine femmine, avere schiavi, non avere diritti se si apparteneva al ceto sociale più basso; eppure è riuscito a far sorgere una comunità le cui caratteristiche sono quelle della solidarietà, dell’aiuto reciproco. Ha abolito la schiavitù, dato il diritto di voto e eredità alle donne e seminato nel cuore di chi lo incontrava amore e pace.
Quando la persona che si reputa musulmana smetterà di seguire la massa che gli fa credere che la sua religione sia un pericolo per l’Europa, in quanto cercherebbe di islamizzarla, e inizierà a seguire il fondatore dell’Islam capirà che il Profeta (Mohammed pbuh) quando andò a Medina, vi trovò la comunità ebraica e li stipulò il famoso “patto di Medina“ il quale raggruppa le clausole che regolano un rapporto di fraternità con le tribù  ebraiche con le quali i loro diritti e la loro libertà di culto sono garantite. A questo patto poi se ne aggiunsero altri due per i diritti universali della comunità cristiana.
Quando ciò accadrà e quando ci sarà un’apertura da entrambi le parti fondata sulla conoscenza, invece che sulla tolleranza, allora potremo iniziare a vivere in una società plurale e soprattutto inclusiva, nella quale nessuno si sente inferiore in base al gruppo di appartenenza e nella quale nessuno debba sacrificare la sua identità per sentirsi integrato.
Non sono per una società omogenea e alienatrice i cui componenti siano tutti uniformi, ma sono favorevole a una società in cui il diverso non è paura, ma opportunità.