Anna Pasqualin

della merceria Don Bosco, lavora e vive nel quartiere da quando è nata.
“Io sono nata e cresciuta in questo quartiere, quindi l’ho visto diventare quello che è oggi. Questa merceria è nata ben 60 anni fa ed era un negozio situato proprio nella piazza, quindi un punto di riferimento per l’intero quartiere. Essendo figlia di una sarta, già da piccola venivo in questo negozio a comprare ciò che serviva a mia madre per lavorare. Questa merceria ha avuto diverse gestioni e 17 anni fa, quando è stata messa in vendita, ho deciso di acquistarla. Non ho voluto mettere nessuna insegna, perché non voglio che venga identificata con una persona: questa è la merceria Don Bosco.
Qui le cose sono molto cambiate, oggi pochi sentono di appartenere a questi luoghi, c’è tanta indifferenza e anche arrabbiatura. Io vorrei che venisse riaperto il teatro che sta proprio sopra la merceria, in disuso ormai da troppo tempo. Già i nostri nonni, 80 anni fa, quando hanno costruito il quartiere avevano capito che la chiave di tutto era aggregare le persone. Per un luogo come questo l’unica salvezza è la cultura: radunare le persone, farle stare insieme e creare una cultura collettiva. Bisognerebbe fare dei progetti a lungo termine, perché qui il commercio soffre e chi resta si arrampica sugli specchi. Io penso che un quartiere morto sia una perdita per tutti, anche per il bambino che tornando da scuola nei pomeriggi d’inverno non ha le luci dei negozi che lo proteggono e lo accompagnano a casa. La luce significa presenza e presenza significa sicurezza.
Dovremmo cominciare a ragionare sul nostro quartiere come se fosse un piccolo paese, perché solo partendo dal piccolo si può tornare a fare qualcosa di grande. Il mio sogno è che Don Bosco diventi un punto di riferimento e che ospiti artigiani, musicisti, cuochi…insomma un quartiere che al suo interno abbia tutto. Un tempo qui c’era il bello e il bello aiuta a crescere. “