“Promemoria Auschwitz” sembra un gioco di parole. Da una parte promemoria è qualcosa che deve essere ricordato, dall’altra se si divide la parola si ottiene pro – memoria: a favore della memoria. Michele dalla Serra ci parla di un progetto che ha l’obiettivo di impartire lezioni di storia, ma allo stesso tempo di riuscire a far ritrovare nelle persone l’umanità.

Cos’è promemoria Auschwitz? Come nasce?

Promemoria Auschwitz è il viaggio della memoria. È un progetto per ragazzi tra i 17 e i 25 anni. Ogni anno sono disponibili 164 posti: i ragazzi vengono selezionati, in base a tre requisiti ovvero età, residenza e lettera motivazionale. Il viaggio, che si svolge agli inizi di febbraio, prevede tappa a Cracovia, alla scoperta della città, visita all’ex ghetto, al quartiere ebraico, alla fabbrica di Schindler e all’ex lager di Auschwitz-Birkenau. L’ultimo giorno a Cracovia si condivide un momento di riflessione durante un’assemblea generale.

Nasce qui a Bolzano?

No, il progetto è condiviso anche in altre città italiane. È promosso dall’associazione Deina che lavora a livello nazionale. È una rete presente in tutta Italia. Qui in Alto Adige esiste da cinque anni.

Qual è il tuo ruolo all’interno del progetto? Da quanto tempo ne fai parte?

Il primo anno l’ho fatto da partecipante, poi sono diventato co-educatore, poi educatore. Oggi sono tutor di un gruppo e da novembre 2016 sono il presidente di Deina Alto-Adige Südtirol. Per me questo è il sesto anno.

Parliamo di sensazioni. Io non ho mai avuto modo di visitare molti luoghi della memoria. L’unico campo di concentramento in cui sono stata è stata la risiera di San Sabba a Trieste. Raccapricciante. Cosa si prova una volta arrivati davanti a quel famigerato cancello, davanti a quella scritta: “Arbeit macht frei”?

Difficile da spiegare. Ogni anno è una sensazione diversa. Auschwitz è una caserma. Ci sono le casette militari, sì, ma a prima vista sembra un posto tranquillo. Certo, quando sai la storia e quando sai cosa succedeva lì, non puoi non rifletterci. Devo dire però, che sono rimasto molto più colpito da Birkenau. 17 ettari di assoluto nulla, in cui l’unica cosa che regna è la paura. Ogni tanto qualche ragazzo mi chiede: ma tu non hai paura ad entrare? Beh, un po’ si. Prova a pensare a più di 110mila persone ammassate in un campo. Al freddo, affamate. Il primo anno il viaggio si è svolto verso fine gennaio, c’erano -20° percepiti, neve, nebbia: non si vedeva una fine. Ma con quelle condizioni climatiche ho pensato che non vedere una fine fosse normale. Poi ci sono tornato l’anno dopo, verso i primi di febbraio. C’era il sole, ma la fine non si vedeva lo stesso. Ecco, in quei momenti, ti chiedi come possa aver pensato l’uomo dell’epoca ad un progetto così folle, disumano.

Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

Sinceramente la prima volta, sono rimasto sì, colpito, però non troppo. Ammetto di aver vissuto l’esperienza con un po’ di sufficienza, ma col senno di poi penso sia stato normale: tra età, impegni, maturità non ci ho dato troppo peso. Non ho voluto approfondire il tema, quasi a rimandare il mio appuntamento con la storia al momento in cui sarei stato pronto. L’anno dopo, infatti, è stata una “mazzata”. Arrivato lì, lo scudo che mi ero creato è stato distrutto da infinite emozioni. È stato un momento di svolta.

Appuntamento con la storia. Imparare la storia vivendola.

Esattamente. Prima di partire organizziamo quattro incontri in cui si preparano i ragazzi ad affrontare in modo consapevole l’avventura. È un percorso di formazione, in cui si ripassano gli avvenimenti principali utilizzando un manuale di storia e una linea del tempo, che inizia con la fine della prima guerra mondiale e si conclude con la liberazione dei campi. Poi una volta partiti, la storia la si vive. Soprattutto attraverso la memoria.

Con lo scopo di non dimenticare…

Esatto. Con lo scopo di creare nuovi testimoni. Noi collaboriamo con la comunità ebraica di Merano e loro tutti gli anni ci dicono di far sì che questo viaggio ci entri nel cuore, perché solo così riusciremo a ricordare, e solo così potremo decidere che tipo di persone diventare.

Ci sono mai stati riscontri negativi? Nel senso, qualcuno ne è mai rimasto deluso, insoddisfatto o afflitto?

Questo è difficile da dire, perché ognuno reagisce in modi diversi e con tempi diversi. Noi cerchiamo di raccogliere feedback quantomeno un po’ di tempo dopo. Circa un mese e mezzo dopo il viaggio c’è un momento di restituzione, in cui si va a Dobbiaco per un weekend e si condividono le proprie riflessioni. Poi, l’ultimo incontro, quello regionale, si svolge un altro mese più tardi. Proprio per far passare del tempo, e per far sedimentare le emozioni. Noi ci auguriamo ogni volta che i ragazzi si portino qualcosa nel cuore, poi c’è sempre magari qualcuno che non la vive appieno. Può capitare.

A chi consiglieresti questa esperienza?

A tutti, secondo me è un progetto necessario. Anche perché chi non ha capito la storia è condannato a ripeterla. Con l’associazione abbiamo questo motto: “la storia non si ripete ma fa le rime.” A Birkenau noi vediamo e tocchiamo il punto più basso dell’umanità. Perché quando un gruppo di uomini decide in modo consapevole e cosciente di considerare dei numeri altri non-più-uomini, altre non-più-donne, altri non-più-bambini, mettendo in piedi una macchina fatta apposta per distruggerli, si arriva al punto più basso dell’umanità.

Ricordare è necessario. Così magari, quando la storia farà le rime, qualcuno se ne accorgerà.