di Gianluca Berardi 

“Hai mai desiderato di avere una seconda possibilità di incontrare qualcuno per la prima volta?”
Questa citazione di Bukowski mi è sempre rimasta in testa e a quanto pare non sono l’unico a cui è servita come spunto. Il concetto infatti è alla base del programma radiofonico “Amnesia”, condotto da Matteo Caccia, che si pone l’obiettivo di distrarre l’ascoltatore portandolo con la testa da un’altra parte per quindici minuti al giorno.
Le premesse sono semplici: “ho perso la memoria e tutto intorno a me risulta nuovo”. Il protagonista, che in questo caso è il conduttore stesso, si trova a raccontare le sue impressioni e le sue reazioni a fatti che noi diamo per scontati. Ormai non ci facciamo più caso. Gesti quotidiani come allacciarsi le scarpe o lavarsi i denti fanno parte di noi, ma ci ricordiamo la prima volta che li abbiamo fatti? Ecco, il format del programma è proprio questo. Entrare in empatia con il pubblicomediante esperienze banali, ma che per questo nessuno vive più in età adulta. Un completo cambio di prospettiva rispetto alla routine a cui siamo abituati.
Ciò che Matteo ha capito con il tempo è che andare da qualcuno e chiedergli di raccontare qualcosa di personale raramente porta a grandi risultati. Provate invece ad andare da qualcuno raccontando per primi una vostra storia: vedrete come anche lui sarà impaziente di raccontarvi la sua. Lo story telling è alla base di tutto. È un modo per conoscersi meglio e per farsi conoscere. Raccontare una storia non significa avere ambizioni da romanziere, o da monologhista, significa piuttosto regalare una parte di te a qualcuno instaurando un rapporto. L’intuizione è tutt’altro che astratta e viene applicata una volta al mese in un locale di Milano con una serata chiamata “Don’t tell my mom” dove chiunque può prendere un microfono in mano e raccontare una storia. Non deve necessariamente far ridere o emozionare, deve raccontare nel modo più sincero qualcosa. Ecco, non c’è da sorprendersi se usando questa semplice tecnica comunicativa a fine serata ogni spettatore porterà a casa un pezzetto di chi ha parlato e nel suo piccolo finirà per volergli bene anche conoscendolo soltanto per quanto raccontato sul palco.
Da questa familiarità e simpatia qui, è partito un altro programma di Matteo, andato in onda per una stagione su Radio24. Si chiamava “vendo tutto”, anche qui l’idea è molto semplice: “la mia ragazza mi ha lasciato e per questo vendo gli oggetti che mi legano a lei”. Nel corso di ogni puntata hanno fatto questo. Hanno presentato l’oggetto e ne hanno raccontato la storia, nulla di più. Ma questo è il motivo per cui una semplice bottiglia di vetro da pochi spicci comprata al supermercato è diventata una bottiglia di vetro da decine di euro. L’offerente infatti non stava comprando un semplice utensile, ma stava comprando una bottiglia all’interno della quale Matteo aveva lasciato una lettera per la fidanzata prima che si lasciassero. L’acquirente stava sostanzialmente comprando una storia e un pezzo di vita di un’altra persona. Detta così rischia di sembrare un bieco strumento di marketing, si tratta invece della prova di come ascoltando una storia, e quindi una parte della vita di un’altra persona, ci sentiamo più legati a lei tanto da volergli bene anche se si tratta di uno sconosciuto.
Durante l’incontro tenutosi al Centro Giovanile Vintola18 non ho avuto affatto l’impressione di aver assistito a due ore di monologo di Matteo, anzi. Mi è sembrato di aver finito una chiacchierata con un amico. Mi viene da dire che è la prova di quello che è stato ripetuto più volte durante l’incontro: raccontare, parlare, condividere significa donare una parte di se stessi a chi ci sta ascoltando.