di Margherita Capacci e Sabina Sabanadzovic

C’è un momento, mentre scopriamo una dopo l’altra le fotografie, in cui tutte le piccole creature che le popolano sembrano comparire realmente attorno a noi, i loro sguardi profondi e sofferenti ci parlano e diventa difficile non interrogarsi sul perché di quel loro destino. Entrando nello spazio espositivo, ci troviamo di fronte ad una foto che ci fa riflettere, scattata in Uzbekistan. Attraverso la trama del ferro in primo piano Francesco Zizola ci porta a confrontarci con i temi della separazione e dell’uguaglianza. Infatti, i due soggetti speculari sembrano separati da un cerchio, che ne include uno ed esclude l’altro. Nella realtà scopriamo che entrambi frequentano la stessa scuola per bambini colpiti da gravi malformazioni, molto frequenti nella zona a causa dell’inquinamento dovuto all’intensiva produzione di cotone.
Osservando questa ed altre foto nella mostra ci viene spontaneo chiedere al fotografo che rapporto si crei tra lui e la realtà fotografata. Vogliamo capire quale sia la scintilla che fa nascere un progetto di tale portata e come possano quegli occhi grandi e scuri colpirci in maniera così diretta e profonda anche in due dimensioni. Francesco Zizola comprende bene questo bisogno e ci spiega il difficile processo attraverso il quale riesce a rendere le sue fotografie capaci di tutto ciò.  Prima di tutto, ci racconta, occorre un lungo studio per cercare di capire la cultura e l’attualità del luogo. Una volta arrivati sul posto bisogna però essere consapevoli che la realtà può anche non essere quella immaginata, si deve quindi rimanere attenti e aperti per cogliere tutte le sue autentiche sfaccettature. Inoltre la fotografia non deve essere un prelievo della realtà, ma uno scambio: il fotografo deve accogliere l’immagine che vede e farla sua, emozionandosi e trasferendo questa emozione alla foto, e quindi a noi.

“Il mio scopo non è solo quello di informare ma anche quello di formare” così Francesco Zizola ci presenta l’obiettivo della sua fotografia e in particolare del suo progetto “BornSomewhere”.
Sviluppato tra gli anni 90 e i primi 2000, ha acquisito sempre maggior risonanza, superando le aspettative che lo consideravano “impossibile”.

Realizzato completamente in bianco e nero ci invita ad andare oltre i dettagli delle singole fotografie, per concentrarsi sul messaggio trasmesso.
Il titolo riflette il contenuto del progetto che unisce in un’unica narrazione i bambini ai quali l’infanzia è stata rubata. Per il fotografo i bambini sono gli unici capaci di vedere il mondo in maniera più giusta e conforme alla realtà e percepiscono lo stare insieme, quindi il gioco, come modello di socialità in cui regna il rispetto. La loro debolezza e innocenza li rende spesso vittime degli interessi personali degli adulti; per questo attraverso la tragedia dei bambini si vogliono raccontare le mancanze degli adulti.
Con questa intenzione Francesco Zizola ha visitato ventisette Paesi nell’arco di tredici anni, denunciando le criticità che li caratterizzano. La sovrappopolazione in Bangladesh, di cui i bambini sono il chiaro simbolo; l’epidemia di AIDS in Thailandia, dovuta al turismo sessuale di cui europei ed italiani sono i principali fruitori; il dramma delle mine antiuomo prodotte dall’azienda italiana Valsella (Gruppo Fiat) che in Angola hanno continuato a provocare la morte di civili, anche dopo la fine della guerra. Questi sono solo alcuni dei temi affrontati, ai quali se ne aggiungono altri come la malnutrizione, il dramma dei bambini di strada, la rigidità dell’educazione giapponese e i danni che l’industria cinematografica e della moda nella società occidentale possono causare a suoi giovani protagonisti.
Francesco Zizola ci racconta come la morte sia un tema difficile da affrontare e come nel corso della sua vita abbia imparato a trattarlo. I primi morti li ha visti nella sua amata Roma, quando si è trovato di fronte alle vittime dell’agguato ad Aldo Moro. Con questa testimonianza involontaria è iniziata la sua riflessione. Questa si è sviluppata con la narrazione fotografica del crollo del comunismo e della guerra di camorra a Napoli. Quello che ha imparato è che bisogna saper portare molto rispetto alla morte, ci spiega quasi commosso, ma si deve anche ammettere che oggi la morte in sé non interessa più, per catturare l’attenzione dell’osservatore si deve mostrare la relazione che la morte ha con la vita. È difficile inquadrare attraverso l’obiettivo il dolore delle persone, serve molto rispetto per riuscire nell’intento. Questo, tuttavia, è l’unico modo per dare un senso alla loro sofferenza. Infatti, solo nel legame con la vita la foto diventa più di un oggetto e la morte di queste vittime acquista significato. In questo modo si crea un dialogo con l’osservatore, che si pone domande alle quali spesso non trova risposta, ma che diventano fonte di riflessione.
Quando al fotografo viene chiesto se i suoi scatti sono riusciti a cambiare qualcosa, l’emozione è palpabile e si trasmette anche a noi. Con voce profonda ci racconta di un episodio risalente alle sue vacanze estive, quando la proprietaria di un negozio del luogo l’ha riconosciuto e gli ha presentato una persona speciale: la figlia. Dopo aver visto il suo reportage sui bambini di strada brasiliani, aveva infatti deciso di recarsi proprio in quel paese per adottare una bambina e salvarla da quella situazione intollerabile. Francesco Zizola è consapevole che non tutti coloro che hanno visto le sue fotografie siano disponibili a un tale gesto, “ma qualcuno sì, e questo a me basta”.