di Asia Rubbo

Raccontare la quotidianità di un bar non deve essere una cosa semplice, soprattutto se si pensa a tutto l’armamentario necessario per girare un film. Per prima cosa bisogna farsi “accettare” nel locale e far sì che i clienti si abituino ai macchinari in modo da passare quasi inosservati, lasciando che le scene si compiano in autonomia. Ovviamente questo non è sempre possibile e ci sono dei momenti costruiti.

“A volte accadeva che le persone recitassero, restando però nel loro ruolo di sempre” afferma Stefano, che aggiunge: “dovevamo aspettare che le cose accadessero, perché la realtà non la controlli ed è quando meno te lo aspetti che succedono le cose più interessanti”.

C’è da dire inoltre che un vero copione non c’è mai stato, perché infondo “sapevamo cosa volevamo” afferma Beniamino.
Avere il consenso per filmare nel locale, soprattutto da parte di Marina, non è stato semplice. In passato c’erano già stati molti “pretendenti” interessati alla storia di quel microcosmo, ma la famiglia si era sempre rifiutata di prestarsi a qualsiasi tipo di iniziativa. Stefano e Beniamino però sono riusciti a convincere perfino Marina, forse perché infondo erano già parte della famiglia.
Dopo aver ottenuto il consenso è stato necessario per i due ragazzi procurarsi il materiale e i fondi per poter portare avanti il loro progetto. Per fortuna però non hanno dovuto fare tutto da soli visto il supporto che hanno ricevuto. “Bar Mario” è stato finanziato non solo, nella fase della post-produzione, dal fondo per gli artisti della Provincia di Bolzano, ma principalmente da due ditte di rental (di Merano e di Colonia) e da una campagna di crowdfunding promossa dalla Cooperativa 19.
Dopo un totale di tre anni di lavoro il film ha finalmente visto la luce e la risposta è stata molto positiva, soprattutto a Bolzano.

“C’era la fila fuori dal Capitol” racconta Stefano ancora sorpreso, “è stato veramente un successo inaspettato”.

Il film però non si è fermato solo ai confini altoatesini, ma ha raggiunto il RIFF Festival di Roma, la Francia, la Grecia e a Verona gli è persino stato assegnato un premio come miglior documentario.
Questo film offre “una rilettura della realtà che, troppo spesso, viene data per scontata” sottolinea Stefano, perché “in quel bar le persone si sentono a casa. Ho la sensazione che questi luoghi stiano sparendo, per questo è stato importante raccontare il Bar Mario”.

Secondo Beniamino la cosa più interessante è stata rendersi conto che moltissime persone semplici, che si incontrano ogni giorno, sono già di per sé davvero interessanti. La bellezza del film “Bar Mario” sta nel fatto che “non c’è stato bisogno di inventarsi una storia o di cercare degli attori professionisti” e che “quelle persone erano gli attori di sé stessi” afferma Beniamino.

Infine si può dire che questo film, pur essendo il ritratto della normalità e della quotidianità, sia “un film sulla diversità nel suo senso più ampio” conclude Stefano.
Molto spesso la normalità e la quotidianità racchiudono molti più spunti e molta più complessità di quanto non si pensi. Questo film ha rappresentato un’occasione per raccontare un bar, all’apparenza assolutamente normale, prendendosi il tempo di osservare e capire le sue dinamiche, lasciando spazio agli attori non attori che si muovevano, giorno per giorno, in quel perimetro.

La storia del Bar Mario quindi non si ferma, né sotto forma di pellicola, né nella realtà. Questo locale a forma di barca, situato in una città protetta dalle montagne continuerà a essere un punto di riferimento per tutti gli aspiranti registi studenti della Zelig (proprio come Stefano e Beniamino), per i suoi clienti abituali e per tutti quelli che, guardando il film, si interesseranno a questa piccola realtà speciale che, inaspettatamente, si trova a pochi passi dalla stazione di Bolzano.