di Asia Rubbo

Rappresentare il silenzio attraverso la fotografia non è una cosa semplice.
Martina Zaninelli, 26 anni, bolzanina di nascita, romana d’adozione e oggi stabile a Berlino, ha deciso di provarci.

Martina si è avvicinata al mondo della fotografia a Roma, dove ha seguito dei corsi specifici parallelamente ai suoi studi universitari. Bisogna ammettere però che il suo obiettivo non è, e non è mai stato, la mera rappresentazione. Il suo fotografare punta a raccontare ciò che, con altri mezzi sarebbe più difficile trasmettere e quindi cerca sempre di veicolare un messaggio.

Il suo primo progetto fotografico, svoltosi nel 2011, voleva raccontare la realtà dei rifugiati somali, che dal 2008 occupavano l’ex Ambasciata somala a Roma. Per qualche tempo Martina, attraverso la sua arte, ha voluto documentare quei drammi quotidiani, molto spesso percepiti come lontani dall’opinione pubblica. Anche il progetto seguente ha avuto a che fare con dei rifugiati, questa volta afghani, ospitati in una grande tendopoli. Per poterli fotografare però, Martina è voluta entrare nell’associazione di volontari che si occupava del loro sostentamento. Così facendo, per un periodo di sei mesi, è potuta entrare nella tendopoli senza fotocamera, cercando di stabilire un rapporto umano con le persone che poi sarebbero diventate i soggetti del suo progetto. Quelle persone, infatti, non si trovavano in situazioni legali o socialmente riconosciute e, proprio per questo, era necessario entrare in relazione con loro e farsi accettare, prima di poter scattare anche solo una foto.

 

Dopo essersi laureata in “Storia contemporanea” a Roma e aver portato a termine i suoi primi progetti, Martina si è trasferita a Berlino, dove ha intensificato notevolmente la sua attività fotografica. Nella capitale germanica è nato anche il suo progetto più attuale, “Sound of Silence”, molto più concettuale e complesso di quelli precedenti.

“Questo progetto è biografico e autobiografico” racconta la giovane fotografa, “il tema principale è il silenzio, soprattutto all’interno della famiglia”.

L’idea di questo progetto è nata nel 2012, originata dal bisogno di affrontare e raccontare il silenzio di cui ha fatto esperienza nella sua famiglia. Suo nonno infatti, dopo l’Armistizio nel 1943, si arruolò nelle Waffen SS. Per anni Martina ha cercato delle risposte. Voleva sapere qualcosa in più su quel periodo così scuro e confuso, ma nessuno le ha mai voluto raccontare nulla. Questo disagio però, racconta, non è qualcosa che appartiene solo a lei, bensì a moltissime altre persone, magari nate nel diretto dopoguerra, che si sono ritrovate a sbattere contro il muro di silenzio della propria famiglia.

Dopo la morte del nonno, Martina ha deciso di dare il via al suo progetto e, in un certo senso, di trovare da sola le informazioni che le erano sempre state negate. La prima bozza prevedeva di ripercorrere attraverso delle immagini la strada intrapresa dal nonno che, con le Waffen SS, aveva attraversato l’Europa e poi, a piedi, era tornato da Berlino. Purtroppo però la reticenza da parte del protagonista della storia ha spinto Martina a cambiare il profilo del progetto e a imbarcarsi in qualcosa di diverso. Ha iniziato quindi a lavorare con ritagli di foto d’archivio e con qualche rara foto del nonno unite a foto scattate negli ultimi anni.

“Le fotografie che ho scattato sono immagini molto buie, scure. L’osservatore, guardandole, dovrebbe cercare di scoprirne i dettagli nascosti” racconta Martina “in un certo senso rappresentano la frustrazione di chi, come me, si è dovuto scontrare con il silenzio”.

Le sue fotografie sono state esposte già a Berlino, ad Atene, al Fotoforum di Bolzano e persino proiettate in Portogallo. Entro fine anno verrà pubblicato anche il libro del suo progetto, con foto e testo.
A oggi Martina ha ricevuto molti commenti positivi e un buon riscontro, soprattutto in Germania. Molti dei visitatori infatti, guardando le sue fotografie, si sono sentiti chiamati in causa e hanno condiviso la loro esperienza di silenzio, protratto sia dai genitori che dai nonni.

“L’obiettivo principale di questo progetto era rompere e oltrepassare delle barriere” afferma Martina.

La fotografia di Martina è complessa, profonda, ragionata. Attraverso la sua macchina fotografica è riuscita a trasmettere un suo disagio e a condividerlo con tutti quelli che hanno visitato le sue esposizioni e che si sono sentiti coinvolti e partecipi. In quelle immagini sono racchiuse tutte le domande che forse ancora oggi sono in attesa di una risposta. Ciò che è accaduto nella seconda guerra mondiale, malgrado venga abbondantemente discusso sia in televisione sia sui libri di scuola, spesso finisce per piombare in un silenzio assordante. Un silenzio che fa rumore, che stride e che Martina Zaninelli, con le sue fotografie, ha voluto rappresentare.