di Asia Rubbo

Parlare di commercio equo e di giustizia sociale in un quartiere popolare, promuovendo un nuovo modello di sviluppo e alternative all’economia attualmente in vigore, rappresenta una sfida concreta. Lo sa bene Monica Gamper, che da quasi vent’anni si occupa del coordinamento delle Botteghe del Mondo gestite dalla cooperativa “Le Formiche” e il cui primo punto vendita è nato proprio nel quartiere Don Bosco di Bolzano.
Nel 1996, infatti, dopo aver fondato la cooperativa e con il desiderio di trasmettere alla cittadinanza un forte messaggio di giustizia, un gruppo di volontari e volontarie decise di aprire la prima Bottega del Mondo nella periferia della città. Il commercio equosolidale non era di certo una novità per Bolzano dato che, già dai primi anni ’80, nel centro città venne aperta la ormai storica di Bottega di via Alto Adige. Per una decina d’anni quindi, racconta Monica, questo tipo di economia rimase una realtà relegata solamente al centro e al gruppo linguistico tedesco, ragion per cui aprire una Bottega a Don Bosco, significava inoltrarsi in un “percorso mai percorso”, in poche parole significava rischiare.
Dietro questa scelta precisa si celava il desiderio di portare il commercio equosolidale in un quartiere che altrimenti avrebbe fatto fatica ad avvicinarsi ad una simile realtà e che, fino a quel momento, non era stato ancora coinvolto.
La storia della Bottega di Don Bosco si intreccia a quella di tanti volontari che, autotassandosi e autofinanziandosi, riuscirono ad aprire questo punto vendita (originariamente in via Montecassino) e ad attirare la curiosità degli abitanti del quartiere. Il lavoro, all’inizio, consisteva prevalentemente nel “creare un legame con le persone del quartiere, diffondere l’idea e il concetto del commercio equosolidale, essenzialmente nel passare parola” afferma Monica.
Malgrado le iniziali difficoltà la Bottega cominciò a farsi un nome, collezionando un gran numero di clienti, molti dei quali ancora oggi costituiscono lo “zoccolo duro” che permette alla Bottega di sopravvivere. Fino al 2007, ossia per i primi dieci anni di attività, nell’opinione pubblica e tra i clienti si poteva notare una grande spinta idealista assieme alla convinzione che un commercio giusto potesse portare ad una società più giusta, soprattutto nel Sud del mondo. “Bastava raccontare quello che facevamo e il messaggio arrivava” ricorda la coordinatrice, convinta che l’inversione di rotta che oggi caratterizza questo tipo di commercio sia dovuta soprattutto all’avvento della crisi nel 2008. A suo parere infatti “la crisi economica ha modificato il modo di pensare delle persone. Molto spesso sembra quasi che parlare di commercio equo sia un limite, così come concentrarsi sull’alta qualità, offerta ovviamente ad un prezzo leggermente maggiore. E’ come se vigesse un monopensiero secondo il quale il prezzo più basso vince sempre, quindi l’alto costo diventa un difetto e le cose perdono il loro valore.”
Negli ultimi anni infatti, complici la crisi, ma anche il grande flusso migratorio, è diventato più difficile diffondere il pensiero del commercio equo e di giustizia sociale, poiché con l’andar del tempo le ingiustizie che una volta caratterizzavano prevalentemente il Sud del mondo stanno diventando sempre più attuali anche nel nostro Paese. Proprio per questo motivo i prodotti del commercio equo non sono più solo provenienti da Africa, Asia e America Latina, ma le Botteghe si propongono anche di mettere sul mercato i prodotti di realtà alternative in Italia che si fondano sui medesimi principi etici e di giustizia sociale. Malgrado questo però la convinzione che ad essere in difficoltà, oggi come oggi, sono in primo luogo i consumatori, rende sempre più complicato portare avanti questo tipo di visione, soprattutto in un quartiere popolare che risente maggiormente delle difficoltà economiche e sociali.
I cambiamenti socioeconomici degli ultimi dieci anni hanno influito sull’intero quartiere Don Bosco che, conferma Monica “è fisicamente più vuoto, c’è meno vita, meno traffico e meno negozi” e questo, ovviamente, ha delle forti ripercussioni anche sulle vendite e sulla sopravvivenza della Bottega la cui attività si basa, ancora oggi, sul lavoro volontario.
Il futuro è molto incerto, afferma Monica, secondo la quale il quartiere Don Bosco dovrebbe puntare ad un cambiamento radicale che punti a formare una nuova identità condivisa. “Il mio sogno è che questo diventi il quartiere degli artisti, perché a livello di commercio oramai è davvero difficile proporre qualcosa di nuovo e farlo sopravvivere. Mi piacerebbe che diventasse unico, magari che vi si proponesse qualcosa che in città non esiste ancora. Ormai in centro tutto è a portata di mano e a nessuno verrebbe in mente di prender la bicicletta per venire a Don Bosco, ecco perché bisogna renderlo un posto speciale.”
Don Bosco infondo però, un posto speciale lo è già, visto che da più di vent’anni ospita uno spazio di condivisione, alternative, commercio equo e giustizia sociale, che resiste malgrado tutte le difficoltà.