di Asia Rubbo

Gironzolare per il quartiere Don Bosco significa imbattersi in diversi tipi di edifici, con vari colori e stili architettonici. In via Bari, però, c’è una casa che al primo momento rischia di passare inosservata eppure, se ci si presta attenzione, ci si accorge immediatamente che appartiene ad un tempo e persino ad una società diversa. Quella casa, circondata da un orto e alle porte del parco delle Semirurali è, per l’appunto, l’ultima casa ddi quel che fu il quartiere delle Semirurali. Ma che cos’erano le Semirurali? Probabilmente molti bolzanini, soprattutto tra i più giovani, non saprebbero dare una risposta.

Il quartiere delle Semirurali, il cui nome originale era “Rione Dux”, è stato il fulcro dell’italianizzazione e dell’industrializzazione della città di Bolzano durante il fascismo. In seguito all’annessione dell’Alto Adige, dal 1922 in poi, avvenne una sistematica italianizzazione della regione e quindi si presentò anche la necessità di costruire alloggi che potessero ospitare le tante famiglie operaie, provenienti da ogni parte d’Italia, che in cerca di lavoro si stabilirono a Bolzano. Fu per questo che vennero costruite le Semirurali: case che sposavano l’industrializzazione alla campagna, munite di orto per l’autosostentamento e a un passo dalle fabbriche e dalla zona industriale. Tra i vicoli di questo quartiere si creò una sorta di società parallela, lontana culturalmente e geograficamente dal centro cittadino. Spesso pensare a quel tempo, per chi nelle Semirurali ci è nato e cresciuto, significa evocare ricordi bellissimi e una forte nostalgia di un mondo che ormai non esiste più, demolito dai bulldozer tra gli anni ’80 e ’90 per ovviare all’emergenza abitativa della città.

Per Ennio Marcelli, 78 anni, cresciuto tra i vicoli del quartiere e custode della memoria storica delle Semirurali, parlare di quello che c’era prima ha poco a che vedere con la nostalgia, poiché “se la città si dimentica le Semirurali, si dimentica la sua storia”. Quel quartiere, infatti, ha avuto un significato non trascurabile per la città, poiché l’ha completamente trasformata rendendola quella che è oggi. L’ultima casa delle Semirurali rimasta, ospita un museo gestito dal Comune e fortemente voluto dagli ex abitanti del quartiere. “Molti si sono lamentati del risultato finale” ha raccontato Marcelli “ma io credo che il Comune abbia fatto quello che ha potuto.”

La storia dell’italianizzazione della città, bisogna ammetterlo, è un argomento piuttosto difficile da affrontare e soprattutto rappresenta un traumatico ricordo per i bolzanini di madre lingua tedesca. Tuttavia, per quanto complesso, secondo Marcelli bisognerebbe tornare a discutere di quello che c’era e soprattutto della forte identità che caratterizzava il quartiere e che invece, oggi, non è più presente.

Il quartiere Don Bosco, mediaticamente parlando, ha una brutta fama a livello cittadino e spesso si tende a trasmetterne un’immagine negativa. E’ anche per questo che, secondo Marcelli, viene a mancare un senso di identità sia di quartiere sia di città. Nemmeno le Semirurali godevano di una buona reputazione, infatti questa zona era soprannominata “Shangai” da quelli che non osavano nemmeno metterci piede, eppure, ammette Marcelli “la gente qui viveva bene e il senso di appartenenza era fortissimo”. La pianificazione del nuovo quartiere è stata fatta a discapito degli ex abitanti e di conseguenza il tessuto sociale che si era andato a creare negli anni ne è rimasto distrutto. Marcelli è convinto che sia importante portare l’attenzione su questa storia per comprendere ciò che avviene oggi nel quartiere Don Bosco, dove negli anni si sono concentrate moltissime famiglie socialmente svantaggiate e la cui identità collettiva praticamente non esiste. Per di più, secondo Marcelli, lo svuotarsi del quartiere e la chiusura dei tanti negozi, è sì frutto dei cambiamenti socioeconomici, ma dovrebbe essere percepito come un problema dall’intera cittadinanza e non solo da chi abita il quartiere.
Sono quindi ben accette le iniziative culturali di associazioni e/o gruppi vari che riescano a valorizzare la socialità, la condivisione e la conoscenza reciproca.

Ciò che si era creato nelle Semirurali, il senso di comunità e condivisione, è qualcosa che non potrà più ripetersi. Il quartiere, però, ha un forte bisogno di un’identità e di un senso di appartenenza e, a quanto afferma Marcelli, l’unica soluzione starebbe nel creare una vita di relazione e nel coinvolgere le persone. La difficoltà più grande però, come già anticipato, sta nel “costruire un’identità di quartiere, perché è difficile costruire un’identità di città”. Secondo Marcelli “amare una città vuol dire conoscerla. Conoscere la sua storia, i luoghi e i riferimenti. Solo in questo modo posso sentirla mia, ma non credo sia così per tutti” e proprio per questo motivo bisognerebbe prestare attenzione anche alla storia delle Semirurali, far sì che se ne discuta di nuovo. La zona del parco delle Semirurali custodisce non solo l’ultima casa del fu quartiere operaio, ma anche i resti archeologici di una chiesa agostiniana databile al 1160. Da una parte quindi si può trovare ciò che resta di uno dei primissimi insediamenti nella città, che ne ha segnato e mutato la storia, così come è stato per le Semirurali che hanno dato il via all’industrializzazione, all’aumento demografico e all’arrivo degli italiani in regione, quindi un cambiamento sociale ed economico con cui ancora oggi è possibile confrontarsi.

Troppo spesso, soprattutto in questa città, si tende a nascondere, cambiare, mutare, correndo il rischio di dimenticare ciò che c’era prima. Le Semirurali rappresentano un modello di società che oggi come oggi sarebbe improponibile, eppure conoscere e spiegare ciò che quel quartiere ha significato equivarrebbe ad arricchire la propria memoria storica e soprattutto la propria memoria collettiva, permettendo così la creazione di una nuova identità condivisa, su cui poter contare per costruire una comunità e un quartiere migliore.